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14 maggio 2011

Il parto, una solitudine per 50 mil. di donne

Nel mese di maggio è stato pubblicato l’undicesimo Rapporto sulla condizione materno infantile nel mondo stilato da “Save the Children” (organizzazione non governativa per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini).  A livello mondiale la situazione fotografata dal rapporto appare drammatica: cinquanta milioni sono le donne che partoriscono senza alcuna assistenza; circa 350 mila perdono la vita per la gravidanza e per il parto. La quasi totalità (99%) di queste donne è concentrata nel Sud del mondo, dove madri e bambini possono beneficiare di scarsissime cure pre e post parto.

Quasi nove milioni di bambini al di sotto dei cinque anni perde la vita ogni anno, di questi il 41% non raggiunge il primo mese di età. Di quelli che sopravvivono uno su tre soffre di malnutrizione e uno su cinque non va a scuola; anche le madri hanno in media un basso livello di istruzione e nove su dieci vedranno morire un loro figlio. Con semplici accorgimenti e con l’introduzione di figure quali quelle degli operatori sanitari di comunità (specie di sesso femminile) potrebbero essere salvate 250 mila donne e più di cinque milioni di bambini.

Come già aveva denunciato Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank, avviando l’attività di microcredito e rivolgendolo proprio a loro, le donne nel mondo sono le più povere tra i poveri a causa di forme radicate di discriminazione di cui ancora oggi sono vittime in molte parti del pianeta.

Ma anche nel nostro Paese la situazione non è rosea. Il rapporto contiene, infatti, una parte sulle condizioni di povertà tra le madri in Italia, che colloca il nostro Paese al diciassettesimo posto su centosessanta Stati considerati; una classifica non disprezzabile se non fosse che le difficoltà arrivano dopo la nascita. Il rapporto rivela che 1,6 milioni di madri italiane sono povere; di queste circa un milione sono madri sole con un figlio piccolo che vivono in precarie condizioni di vita, tanto da avere serie difficoltà nell’arrivare a fine mese, a far fronte alle utenze domestiche, ad acquistare i generi alimentari e/o a pagare le spese mediche o scolastiche.

Anche in coppia la situazione non è rosea: secondo il rapporto il 15,4% delle coppie con un figlio minore vive in povertà, percentuale che cresce progressivamente al crescere del numero dei figli. Dare alla luce un figlio è quindi spesso un rischio, una sfida che molte donne affrontano quotidianamente. Oggi, infatti, sembra proprio diventata una sfida la possibilità di sopravvivere decorosamente all’evento della maternità, dal momento che delle donne povere presenti in Italia, infatti, due quinti sono madri.

Uno degli aspetti più inquietanti è che la maternità si traduce anche in minore occupazione femminile: il tasso di disoccupazione tra le donne con figli è superiore di quasi ventidue punti percentuali a quello delle donne senza figli. Tale rapporto peggiora al crescere del numero dei figli (-4% sul tasso di occupazione al primo figlio, -10% alla nascita del secondo, -22% al terzo), con la conseguenza che la maternità può diventare causa di povertà tra le donne.

Purtroppo la notizia, benché seria e preoccupante, non rappresenta una novità assoluta; segnala, però, alcuni aspetti che vanno sottolineati: innanzitutto che i poveri non sono asessuati. Opportunamente, da tempo ormai è stato messo a fuoco che non esistono “i poveri” come categoria neutra, ma esistono uomini poveri e donne povere, che sono tali in modo differente rispetto alle cause, agli effetti e alla durata della povertà. La povertà è un’esperienza complessa che deriva da molteplici processi, ed anche per questo è una forma estrema di disuguaglianza che non colpisce tutti allo stesso modo perché l’accesso alle risorse sociali dipende da alcune “caratteristiche”, come quella di genere.

Anche il concetto di esclusione sociale, al contempo multidimensionale, dinamico, locale e relazionale, va visto dal punto di vista di genere. Non si tratta di individualizzare lo studio della povertà, quanto piuttosto di studiare povertà ed esclusione mettendo adeguatamente in relazione l’individuo alla famiglia e alla società.


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