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Il blog di Marco Benini
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EthicPeople
EthicPeople è un progetto comunicativo personale, un blog, in cui convergono diversi punti d'osservazione per indagare l'uomo e le sue aspirazioni. Guardando insieme ad una nuova pedagogia. continua
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3 marzo 2011Gli orfani bianchi: l’infinita attesa del ritorno
Sono felice di presentare l’intervento che sono stato chiamato a sviluppare in occasione del Convegno Internazionale: “The impact of economic migration of Children Left Behind and their families”. Sono intervenuti all’evento Marie-Anne Paraskevas, European Commission DG Employment and Social Affairs, le europarlamentari Mazzoni, de Oedenberg, Plumb; Humbert de Biolley, Direttore del Liaison Office presso l’unione europea del Council of Europe, Jana Hainsworth, segretario generale di Eurochild, per Fondazione L’Albero della Vita era presente il presidente Patrizio Paoletti.
“Educational and sociological implication of the issue of migrants child and poverty” è il tema che ho scelto per questo importante incontro, qui di seguito il testo dell’intervento. L’Abstract invece è pubblicato su www.childrenleftbehind.eu.
“Perché il punto di vista educativo riveste un ruolo di primo piano in quest’incontro?
Non solo certo perché parliamo di minori, ma anche perché stiamo dialogando assieme sul futuro dell’Unione Europea e dei suoi cittadini, quindi stiamo parlando del ruolo che, come Unione, desideriamo rivestire nelle politiche, non solo europee, ma anche globali per i prossimi decenni.
E’ necessario riconoscere, ne siamo tutti consapevoli, che le politiche educative sono alla base dello sviluppo determinando le capacità economiche di una nazione o di un insieme di nazioni, la loro coesione, i processi produttivi e innovativi. Oggetto del nostro dialogo, non è solo l’infanzia, ma il processo di miglioramento che coinvolge, oggi obbligatoriamente, tutto il complesso sistema di relazioni che compone la nostra, e non solo la nostra, società.
Un compito questo che spetta prima di tutto alla società civile, un compito che significa responsabilità. Ma si può dire anche che assolvere a questo compito significa lavorare per una maggiore libertà individuale e sociale. “Fuga dalla libertà” scriveva Fromm, ma perché gli uomini fuggono la libertà che deriva dalla loro natura? Perché essa non è che un assunzione di responsabilità: la libertà è il coraggio di decidere. Etimologicamente, in italiano, decidere significa anche tagliare, cioè scegliere qualcosa in favore di qualcos’altro. L’educazione quindi è quel processo che accompagna il bambino affinché egli sia libero di scegliere, di essere responsabile della sua vita, di essere libero di realizzarsi. L’unione europea ha una missione educativa nei confronti dei propri cittadini. L’educazione è un aiuto alla vita, un aiuto indiretto alla vita, alla socialità al progresso.
Stiamo parlando quindi di un “accompagnamento” del bambino nelle sue tappe di sviluppo fondamentali, questo è uno dei compiti della nostra società. Gli orfani bianchi sono “minori non accompagnati”, il cui sviluppo s’interrompe bruscamente per una promessa non mantenuta: il compimento di quel legame affettivo che è, come vedremo, alla base della volontà e della capacità di scegliere.
Stiamo parlando quindi di separazione, stiamo parlando di bambini, e non dobbiamo dimenticare che il loro tempo, la loro mente, il loro modo di concepire l’affettività è diverso dal nostro. La dimensione dell’infanzia, per noi adulti, comincia ad essere davvero troppo complicata, ma non possiamo pensare ad un fenomeno che coinvolge centinaia di migliaia di bambini, come quello degli orfani bianchi, senza tenere in considerazione il loro punto di vista.
Il nucleo famigliare e il bambino “abbandonato” presentano numerose problematiche di ordine psico-pedagogico, anche difficili da individuare. In questo contesto non possiamo non tenere in considerazione tre problematiche di base:
- Il bambino vive un lutto sempre più profondo; se non viene adeguatamente supportato vede degradare la propria relazione familiare con problematiche anche di tipo psicologico;
- La difficoltà di chi gestisce questi bambini; sono spesso persone che non essendo direttamente o primariamente coinvolte nella relazione affettiva lasciano che un senso di incapacità e trascuratezza avvolga il bambino.
- Il bambino, che a volte si sente responsabile dell’accaduto, manifesta il suo disagio con fenomeni gravi che evidenziano il deterioramento della propria vita interiore.
Ora possiamo, per quanto riguarda il fenomeno degli Orfani Bianchi, parlare di un area geografica specifica, ma vorrei affrontare la questione da un punto di vista più ampio perché i fenomeni migratori accompagnano da sempre la storia dell’uomo. Le nazioni, sopratutto quelle che desiderano, a ragione, emergere sono, proprio perché in fase di sviluppo, attraversate da numerose fratture, economiche e sociali, che ne rallentano lo sviluppo. Queste nazioni, sono in una parola alla ricerca di un equilibrio. Così, le persone provenienti da strati modesti e poveri della popolazione continuano a scegliere, in ogni parte del mondo – di emigrare all’estero, nel tentativo di assicurare una vita migliore alle proprie famiglie.
È necessario essere profondamente consapevoli del fatto che le scelte migratorie dei singoli non sono sempre il prodotto di una decisione comune formulata all’interno del nucleo familiare. Ciò significa che la comunicazione, e conseguentemente le relazioni all’interno della famiglia vengono intaccate da una forma di deterioramento affettivo, che non fatica nel tempo a creare veri e propri traumi, difficilissimi da risolvere. La migrazione implica processi di frammentazione e raggruppamento dell’unità familiare i quali provocano modifiche strutturali sostanziali nel funzionamento della famiglia. Processi che minano la coesione della famiglia e conseguentemente le basi dello sviluppo affettivo.
Alla base dello sviluppo affettivo c’è la relazione con i genitori. Le nostre strutture educative devono oggi più che mai tenere in considerazione il concetto di relazione e di interrelazione tra gli individui, tra individui e i sistemi. Sono le relazioni che determinano sviluppi e capacità relazionali, cadute e ricadute, positive o negative, sugli stati emotivi. Le emozioni, che sono sistemi alla base delle interazioni sociali, si aprendono.
Una questione questa che potrebbe avere, che ha costi sociali altissimi. Queste considerazioni oggi sono supportate da ricerche di tipo neuro-scientifico, che aiutano noi pedagogisti a impostare una neuro-didattica, cioè un modo di fare eudcazione che tenga in considerazione il funzionamento e le tappe di sviluppo dell’encefalo.
Ad esempio, studi recenti hanno dimostrato che nell’elaborazione di carattere etico sono molto attive le aree preposte all’elaborazione delle emozioni. Le decisioni e le elaborazioni di valoriale sembrano essere influenzate più dall’affettività che dalla logica. Scelte etiche derivano quindi da una corretta educazione affettiva.
Sappiamo poi anche che la vita affettiva e cognitiva di un bambino è assolutamente collegata alla presenza dei genitori, alla modalità di relazione che essi instaurano con i propri figli, alla qualità di stimoli che i bambini ricevono. Le separazioni e le modalità in cui avvengono sono da noi osservate in modo speciale, proprio per le implicazioni che esse comportano nella vita adulta.
Comunque nasca, la migrazione si configura come un evento critico non prevedibile, che non è presente nel ciclo di vita familiare, e che richiede a tutti i soggetti – a chi è partito come a chi è rimasto – di attivare risorse ed energie supplementari per far fronte ai cambiamenti in atto. Quest’attivazione non è scontata, né è semplice trovarne le chiavi.
Perché l’infanzia diventa un problema sociale? Perché ogni uomo è un educatore? Perché ogni donna è una madre culturale? L’educazione è il problema più urgente, più urgente persino dell’economia, perché l’economia, come la politica, è fatta da uomini, educati da altri uomini.
I bambini quindi non possono essere lasciati soli nel loro percorso di crescita, vanno accompagnanti. Uomini e donne feriti nella loro infanzia sono rimasti mutilati dalle necessità cui, noi nel nostro insieme come specie, non siamo riusciti a far fronte. Queste lacerazioni non toccano solo i bambini, ma anche i genitori stessi che si trovano, con straziante angoscia, a dover lasciare i propri figli, portando con se nel proprio silenzio la lacerazione di una distanza subita.
Il silenzio è la condizione in cui consumano questi lutti familiari in cui il bambino permane in una condizione degenerativa pregna di infinite domande a cui non è capace di dare una risposta. Ecco che si formano dei nodi nella comprensione della vita, delle cose e della gente. Ecco che si formano dei veri e propri nodi neurali, che badate bene non è facile, ma è possibile sciogliere con interventi mirati e ben progettati. La pedagogia si trova oggi a rispondere a particolari e inattesi fenomeni sociali dettati da imprevisti fattori economici. L’educazione ricopre una funzione di coesione all’interno della struttura sociale migliorando e ridefinendo le strutture interpretative dell’uomo, quindi, in definitiva, le strutture sociali. È infatti stato ampiamente dimostrato che “esiste un’interazione diretta tra memoria culturale e sviluppo individuale”.
Molti sono i rischi dell’abbandono, seppur temporaneo, per la vita intra-psichica del bambino Il bambino vive un tempo suo, non riesce a temporizzare la separazione, neanche quando ha accanto a sé persone che tentano di rassicurarlo.
Per quanto tempo la mamma starà via? Per quanto tempo vivrò con i nonni? Chi sono queste persone che ho vicino? Interrogativi spesso insoluti a cui nessuno può dare risposte esaustive.
La nostra equipe, che è composta da ricercatori neuroscientifici, medici, psicoterapeuti, pedagogisti e sociologi ha analizzato a fondo questa tematica, individuando un problematica fondamentale del vissuto di questi bambini: quella dell’attesa infinita del ritorno.
Questa attesa infinita del ritorno della persona amata spesso si trasforma in una sorta di malinconia, in una “depressione serpeggiante” non facile da riconoscere perché nascosta dietro l’apparente normalità. Ma nei bambini abbandonati non raramente si presenta quella che viene chiamata in gergo tecnico anedonia, cioè una ridotta capacità di provare gioia e/o piacere. È in un certo senso un umore costante nel quale non ci sono picchi e per tanto non sempre l’adulto accudente si accorge che nel bambino sta accadendo qualcosa.
I bambini che entrano in questo stato provano una profonda sensazione di noia e apatia, o, nei casi più gravi, di impotenza e disperazione. I giorni si susseguono uguali e senza scopo, il bambino non riesce a divertirsi, e a provare entusiasmo per niente. Al centro della sua attenzione solo un senso profondo di “orfanezza” e l’attesa, un attesa infinita che, non passa mai, di vedere l’alba del giorno del ritorno, il giorno nel quale riabbracciare il genitore partito talvolta anche senza salutare. Non per cattiveria, ma per pudore di dover dire addio al proprio figlio.
A questa specie di apatia può sostituirsi anche un atteggiamento, ancora più difficile da riconoscere come sintomatico, per gli adulti che si prendono cura del bambino in assenza di uno o di entrambi i genitori: l’agitazione e l’iperattività, il mostrarsi sprezzante del pericolo, il costante rifiuto delle regole.
In questo caso i bambini che non possono fare esperienza dell’affettività famigliare corrono gravi rischi non potendo sviluppare modelli relazionali, quindi modelli sociali funzionali alla crescita della società stessa. Molti individui vivono in stato di difficoltà per l’assenza di competenze emotive: prendersi cura della vita emotiva bambini significa migliorare sensibilmente il trend della socialità.
Per gli orfani bianchi, i rapporti con gli adulti e gli altri bambini diventano spesso troppo conflittuali: il bimbo “abbandonato” non riesce ad integrarsi con i coetanei a causa dei suoi atteggiamenti aggressivi e oppositivi, non riesce a tollerare la frustrazione e reagisce con frequenti scoppi di rabbia ad ogni minima contrarietà.
Talvolta si presentano i disturbi del sonno, la notte diventa agitata e costellata da frequenti risvegli o incubi ricorrenti, che comportano poi sonnolenza durante il giorno. Il rendimento scolastico non è adeguato all’intelligenza, a scuola incontra notevoli difficoltà a causa della sua iperattività, del suo scarso interesse per ciò che l’insegnante propone, per la sua scarsa capacità di concentrazione, la sua mente è occupata dalla “mancanza”, da un’attesa infinita, snervante di qualcuno che non torna. A volte il senso dell’abbandono si trasforma in un vero e proprio rifiuto della scuola: il bambino ha paura di essere “abbandonato” di nuovo, di non trovare neanche i nonni o l’altro genitore al suo rientro a casa.
Ogni nuova separazione, anche se dura qualche istante, diventa insostenibile.
La cosa più importante per questi bambini, per i genitori che si sentono “abbandonati” dal loro paese di origine che non riesce a nutrirli, per i bambini che si trovano a dover fronteggiare i problemi della separazione temporizzata ma non compresa, per i caregiver che si trovano a fronteggiare le diverse forme di tristezza generate quest’attesa: è sentirsi accolti e ascoltati.
La cosa più importante che possiamo fare per loro è fornire spazi di comprensione, di ascolto attivo, fornire un luogo nel quale le domande possono essere espresse e i bisogni possano essere esplicitati per trovare una soluzione adeguata. L’ascolto attivo svolge qui un ruolo fondamentale.
L’ascolto attivo si basa sull’empatia e sull’accettazione incondizionata della persona. Esso si fonda sulla creazione di un rapporto positivo, caratterizzato da un clima nel quale la persona possa sentirsi empaticamente compresa, accolta e non giudicata facendo esperienza di nuovi modelli di relazione e problem solving.”
Marco Benini


