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23 agosto 2010

L’economia della conoscenza

Dal trattato di Lisbona ad oggi sono passati 10 anni e l’Europa sembra arrancare non solo economicamente, ma anche culturalmente. La classifica Arwu, stilata recentemente dall’Università Jiao Tong di Shanghai, definisce i migliori poli educativi d’eccellenza del mondo: gli atenei americani occupano il cinquanta per cento delle prime cento posizioni.

Nonostante le punte d’eccellenza rappresentate da alcuni centri di ricerca europei, gli atenei del vecchio continente non sembrano riuscire a mantenere il passo degli americani. Perchè?

La ricetta americana si sintetizza nel poderoso investimento di capitali per la ricerca e per l’individuazione di sue applicazioni pratiche. Gli americani hanno inoltre capito la centralità del supporto creativo che le giovani generazioni forniscono e lo hanno messo a frutto all’interno dei loro atenei, luoghi in cui gli studenti già partecipano attivamente al processo produttivo di ricerca/innovazione/applicazione.

In Italia quest’approccio non sembra trovare molti sostenitori, qui si ammuffisce qualche bel decennio prima di conquistare una posizione attiva nel processo produttivo sociale, prima di poter contribuire dignitosamente alla spirale del progresso.

Lasciare la propria confort zone. Sappiamo che il pensiero critico è alla base dell’innovazione ed è una delle chiavi di volta per il superamento del limite interpretativo della realtà. “Soltanto un masochista può invocare le critiche; ma noi tutti dovremmo comunque imparare, per quanto possibile, a interiorizzare e ad anticiparle, così che alla fine potremo diventare i primi e più severi critici di noi stessi”, il fine è il rinnovamento. (Howard Gardner, Cinque chiavi per il futuro, Feltrinelli 2006)

La mente di un giovane è spesso ipercritica, per questo i giovani sono motori di innovazione e come tali vanno posizionati correttamente all’interno del processo produttivo, proprio per sfruttare al meglio la propulsione che essi per natura esprimono.

Il ruolo dell’adulto? È ovvio che il processo educativo non può che essere guidato dall’adulto che, strutturando i programmi didattici fin dalla scuola per l’infanzia, è consapevole delle diverse tipologie di intelligenza che saranno attive in un uomo maturo e agisce di conseguenza.

Che tipo di didattica non solo posiziona, ma orienta questo tipo di energia creativa? Queste attitudini si sviluppano più spesso e più facilmente nelle ore dedicate alle materie artistiche” (Howard Gardner, Cinque chiavi per il futuro, Feltrinelli 2006), un corretto bilanciamento tra approcci disciplinari e creativi sembra quindi portare ad un più completo sviluppo della personalità dell’uomo.

Non “creativi al potere”, ma un bilanciamento tra le conoscenze dell’esperto e la capacità innovativa del creativo. Consapevoli di questo processo, da un paio di anni abbiamo creato Maraviglia – Arte, Scienza e Pedagogia per il Terzo Millennio, per promuovere una cultura artistica scientificamente supportata e adeguatamente mediata.

Maria Montessori per prima ha sviluppato un metodo, una didattica molto avanzata e assolutamente moderna per ampiezza di visione, sviluppo di materiali e sintesi pedagogica. Molti altri hanno supportato questo processo con avanzamenti significativi, Howard Gardner, Bruno Munari, Mario Lodi, Patrizio Paoletti.

Così il problema dell’eccellenza non si limita agli atenei, ma si pone anche nelle scuole d’infanzia e primarie, veri e propri incubatori di intelligenze.

Marco Benini


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